(e perché oggi è parte del nostro modo di progettare)
Scrivere “a casa dell’architetto” è stato, prima di tutto, un lavoro di ricerca.
Non volevamo costruire un libro sulle case solo belle. Non ci interessavano le immagini perfette, le architetture congelate nel momento dello scatto. Ci interessava capire cosa succede dopo. Quando il progetto viene abitato, attraversato, modificato. Quando l’architettura perde il controllo e inizia a vivere davvero.
Per questo abbiamo deciso di entrare nelle case degli architetti, di ascoltarli, di osservare gli spazi nel loro stato reale. Ne è nato un viaggio dentro sedici abitazioni molto diverse tra loro, ma legate da una condizione comune: qui l’architetto coincide con il committente, e il progetto diventa inevitabilmente una forma di esposizione personale, quasi un’autobiografia costruita nello spazio.
Quello che abbiamo raccolto non è un repertorio di soluzioni, ma una serie di evidenze che nel tempo si sono trasformate in strumenti di lavoro.
Oggi, riguardando quel percorso, ci accorgiamo che alcune lezioni sono diventate parte integrante del nostro modo di progettare.
Una casa non si progetta per essere perfetta, ma per essere vissuta
Entrando nella Casa Blu di Renzo Agosto si percepisce immediatamente una distanza tra intenzione e realtà.
L’architetto immaginava uno spazio “pulito”, quasi ideale, capace di rappresentare in modo rigoroso il proprio modo di abitare. Nel tempo, però, la casa si è riempita. Oggetti, mobili ereditati, accumuli inevitabili. E soprattutto la vita quotidiana, con la sua imprevedibilità, ha progressivamente trasformato quell’idea iniziale.
Non è un’eccezione. È una regola.
La stessa condizione si ritrova nella casa di Enrico Franzolini, dove lo spazio architettonico si comporta come un contenitore neutro, capace di accogliere nel tempo opere d’arte, oggetti, ricordi, trasformandosi in un archivio vivente.
Oppure nella casa di Carlo Mangani, dove la costruzione dello spazio interno, pur estremamente controllata, trova il suo senso nella relazione continua con il patio, nella variazione della luce, nell’uso quotidiano che ne fanno gli abitanti.
Queste case ci hanno insegnato che il progetto non può essere pensato come una forma chiusa. Non esiste una condizione finale stabile. La casa è un organismo che evolve, e la sua qualità non sta nella perfezione iniziale, ma nella capacità di assorbire il tempo senza perdere senso.
In fondo, come emerge anche dalle riflessioni raccolte nel libro, è proprio questa dimensione che restituisce dignità agli interni: non come composizione di oggetti, ma come costruzione lenta di una vita.
Oggi questo è un punto centrale del nostro lavoro. Non cerchiamo di definire tutto. Cerchiamo di costruire spazi che possano essere abitati, trasformati, anche contraddetti. Spazi che non si esauriscano nel momento in cui vengono fotografati, ma che continuino a funzionare quando iniziano a essere vissuti.
Il progetto nasce dal modo di vivere, non da un’idea
Un secondo elemento che emerge con forza è che non esiste una forma giusta in astratto.
La casa di Federico Marconi a Partistagno nasce da un atto quasi banale: la scoperta di un luogo.
Il progetto si costruisce progressivamente a partire dall’osservazione del territorio, dalla conoscenza delle tipologie locali, dalla relazione con il clima e con la morfologia. Non è un’idea imposta, ma una risposta costruita nel tempo.
Allo stesso modo, nel lavoro di Aldo Peressa al Mulino di Terenzano, il progetto non aggiunge, ma sottrae.
Riporta l’edificio alla sua essenza, elimina il superfluo, costruisce una relazione diretta tra spazio e uso. È un processo che non nasce da una volontà formale, ma da una presa di posizione rispetto al modo di abitare.
Questa attenzione al vissuto è al centro anche delle riflessioni più teoriche del libro. Si percepisce chiaramente come queste abitazioni non siano il risultato di una ricerca stilistica, ma piuttosto di un avvicinamento alla dimensione concreta dell’esistenza, dove costruire significa prima di tutto comprendere cosa vuol dire abitare.
È un passaggio importante: il progetto non è l’applicazione di un linguaggio, ma la costruzione di una relazione.
Nel nostro lavoro questo si traduce in un cambio di priorità. Non partiamo dall’immagine. Partiamo dalle persone. Dal loro modo di vivere, dalle loro abitudini, anche da quelle meno dichiarate.
Perché è lì che si costruisce la qualità dello spazio.
L’architettura è un processo che continua nel cantiere
C’è poi un aspetto meno visibile, ma decisivo: il rapporto con il cantiere.
La casa di Giuseppe Zanini è, in questo senso, esemplare. Non è solo un progetto, ma un processo lungo, fatto di presenza costante, di coinvolgimento diretto, di lavoro fisico. L’architetto non si limita a disegnare, ma partecipa alla costruzione, attraversando continuamente il confine tra idea e materia.
Questa dimensione ritorna anche nelle riflessioni sull’edilizia raccolte nel libro, dove il cantiere viene descritto come il luogo in cui progetto e realtà si incontrano davvero. È qui che le soluzioni si verificano, si modificano, si affinano. È qui che il dialogo con le maestranze diventa parte integrante del processo progettuale.
Non è un passaggio tecnico. È un passaggio culturale.
L’architettura non è la semplice esecuzione di un disegno, ma un sistema dinamico in cui conoscenze diverse si intrecciano. In cui la competenza dell’impresa, l’esperienza degli artigiani, la capacità di adattamento diventano parte della qualità finale dell’opera.
Per noi questo significa considerare il cantiere come una fase progettuale a tutti gli effetti. Non come un momento di verifica, ma come un momento di costruzione reale del progetto.
Un modo di lavorare