Chi lo terrà? Cinque prove di durata
L’8 ottobre siamo stati tra i relatori di “Costruire per durare”, l’incontro organizzato da InfoProgetto con Finstral da Zaia Serramenti, a San Vendemiano (TV). La domanda della serata era quella che il magazine di Finstral rivolge a una cinquantina di architetti europei: cosa resterà della nostra architettura? Noi abbiamo provato a spostarla di poco. Non cosa resterà, ma chi lo terrà.
Un paesaggio in piedi, ma già scaduto
Siamo partiti da fuori, dalla strada che percorriamo ogni giorno tra Friuli e Veneto. Capannoni, centri commerciali, scheletri in calcestruzzo mai finiti: un paesaggio costruito quasi tutto negli ultimi quarant’anni. Nessuno di questi edifici è crollato. Le strutture reggono, i solai portano. Eppure nessuno li vuole più, nessuno se ne prende cura.
Nessuna di queste cose è crollata. Eppure è già finita. Alt: Edificio incompiuto in calcestruzzo lungo una strada del Nordest
Il Nordest non è il luogo in cui la durabilità non è stata raggiunta: è il luogo in cui è stata sconfitta, e non per ragioni tecniche. Andrea Zanzotto, da Pieve di Soligo, lo aveva capito prima di noi: quello che andava perduto non erano gli edifici, era il legame con gli edifici.
La durabilità non è una proprietà dell’oggetto. È una relazione.
1 · La materia — invecchiare senza mentire
Esiste una durabilità che è solo cosmetica: l’edificio progettato per restare nuovo, materiali che ne imitano altri, patine finte. Perde sempre, perché il tempo passa comunque.
Alla Cantina Montelliana, a Montebelluna (TV), la nuova pelle del fronte sovrappone quattro materiali senza mescolarli: tinteggiature scure, calcestruzzo rigato con le matrici, listelli in wpc, una rete metallica che filtra la luce. Ognuno dichiara cosa è e invecchia a modo suo — la rete si opacizza, il wpc si stonalizza, il calcestruzzo scurisce nelle scanalature dove l’acqua si ferma. Non è un difetto: è il progetto.
Tre materiali, tre modi di invecchiare.
Prima prova
La materia dura se ha il permesso di invecchiare.
E lo si dà solo ai materiali che non mentono su cosa sono.
2 · La forma — l’iconico è deperibile
Lungo le nostre strade ogni edificio compete con il vicino per emergere. È una gara che si vince una volta sola: un gesto che urla è già datato nel momento in cui è nuovo.
La Zolla, a Reana del Rojale (UD), quella gara la rifiuta. Il volume sembra un pezzo di terreno sollevato per fare spazio: un gesto solo, ripetuto senza variazioni. L’idea non viene da una rivista ma dai bastioni di Palmanova, dove il terreno stesso si deforma e si solleva. Non serve un budget da museo, serve una regola — il tetto continua il terreno — e tenerla.
Una regola sola: il tetto continua il terreno
Lo stesso ragionamento, alla scala di un sistema, sta nei caselli del Passante di Mestre: un pilone inclinato e una pensilina a sbalzo, pensati una volta e ripetuti lungo il tracciato, con i materiali e la carpenteria della segnaletica stradale. Un casello si guarda a centotrenta all’ora, per due secondi. Se il gesto si legge a quella velocità, regge anche al tempo.
Seconda prova
La forma dura quando è economia di gesti.
Ogni gesto in più è una data in più, e ogni data è una scadenza.
3 · L’uso — generico non vuol dire adattabile
Stewart Brand descrive l’edificio come una serie di strati che si muovono a velocità diverse: la struttura dura decenni o secoli, la pelle una ventina d’anni, gli impianti meno, la distribuzione interna ancora meno. Durano gli edifici in cui gli strati veloci possono cambiare senza distruggere quelli lenti. La finestra sta nello strato della pelle: è l’unica parte del volto di una casa destinata a essere sostituita mentre la casa resta. Allungarle la vita significa togliere una scadenza all’edificio.
Ma adattabile non significa neutro. Il Pantheon è arrivato fino a noi perché era abbastanza forte da valere la pena di impossessarsene.
Casa Armadillo, a Pagnacco (UD), lo mostra dal lato della corazza: un rivestimento continuo in coppo che dal tetto scende sulle pareti, senza linea di gronda e senza giunture deboli. Ma la corazza esiste perché dentro c’è qualcosa di tenero da proteggere — un portico, una soglia morbida verso il giardino, una casa vissuta. Un edificio tutto duro è un bunker, e i bunker non durano perché nessuno li ama.
La corazza esiste per proteggere qualcosa di tenero.
Casa Hangar, a Martignacco (UD), lo mostra dal lato opposto. Era una falegnameria, uno dei tanti capannoni artigianali che oggi si svuotano. Abbiamo tenuto i pilastri e la volta a botte in laterizio; tutto il resto è nuovo, e i volumi della casa sfondano il vecchio perimetro. Non un restauro filologico: un innesto. Il vecchio non viene venerato, viene rimesso al lavoro.
Prima e dopo: la volta e i pilastri diventano un portico domestico.
Terza prova
Dura ciò che si lascia cambiare senza perdersi.
E per lasciarsi cambiare senza perdersi bisogna prima essere qualcosa.
4 · Il processo — non ci si prende cura a distanza
Dal 2004 lavoriamo dentro un perimetro preciso, con le sedi a Udine e Treviso: dal mare di Lignano alla Carnia, da Udine fino a Treviso e Mestre. Per un po’ l’abbiamo raccontato come un limite. Poi abbiamo capito che era la scelta più coerente che facevamo. L’architettura è il processo intero, e per governare le variazioni di un progetto bisogna esserci. Bisogna poterci tornare.
La nostra geografia: la condizione materiale della cura.
La durata comincia prima del cantiere. Per il Lungomare Trieste sono passati dieci anni tra l’offerta del 2009 e la fine dei lavori principali nel 2019, attraverso cambi di sindaco e di soprintendenza. Un’idea che non sopravvive al tempo burocratico non arriva nemmeno al momento in cui si discute dei materiali.
La Zolla ha una storia che di solito non raccontiamo. Il primo committente si è fermato a metà cantiere e l’edificio è rimasto incompiuto per anni. Poi il lotto è passato a una nuova proprietà, e circa l’ottanta per cento dell’architettura che avevamo definito è rimasto. Il progetto è sopravvissuto a chi l’aveva voluto.
C’è poi una durata che non si fotografa: quella del sapere. Un materiale sperimentato sul lungomare ricompare anni dopo sulla facciata di una cantina nel Trevigiano; un sistema costruttivo nato per i caselli del Passante riaffiora nella ricostruzione di un edificio commerciale a Fagagna (UD), dopo un incendio. Dietro di noi c’è una tradizione di famiglia che dal 1946 si trasmette il mestiere. È quella la cosa che è durata davvero.
Quarta prova
Non dura ciò che è costruito bene. Dura ciò che è stato seguito.
E si può seguire solo ciò che si può raggiungere.
5 · Il tenere — cosa si conserva quando si demolisce
Oggi in Europa la risposta più seria è quella di Lacaton e Vassal: mai demolire. L’edificio più durevole è quello che esiste già. È la posizione da cui partire sempre, ma diventa ideologia quando smette di distinguere tra patrimonio e semplice accumulo. Restare in piedi per inerzia non è durare: durare presuppone che qualcuno abbia voluto tenere.
Per questo abbiamo smesso di chiederci se demolire o no. Ci chiediamo fin dove scendere: si tiene tutto e si rifà la pelle; si tiene la struttura; si tengono sedime e fronte; si tengono suolo e indirizzo.
Alla Cantina Montelliana abbiamo fatto due cose opposte nello stesso cantiere. Il corpo uffici degli anni Sessanta è stato demolito e ricostruito, anche per ricavare un interrato; a venti metri, l’edificio accanto è stato tenuto e unificato con una pelle nuova. Il committente ci aveva chiesto di rifare gli uffici: siamo stati noi a proporre di riprendere in mano tutto il fronte. La coerenza non sta nell’operazione, sta nel criterio, applicato edificio per edificio.
Demolire a un passo, conservare all’altro: la coerenza sta nel criterio.
Casa CM, a Udine, è il fondo della scala. Una villa anni Settanta in blocchi forati, senza qualità antisismiche, con altezze interne inadatte a una famiglia di oggi. Non era durata: era solo rimasta in piedi. L’abbiamo demolita, tenendo l’indirizzo, il sedime, lo sguardo verso le montagne a nord e un dialogo con Gino Valle che torna nella cornice in calcestruzzo a sbalzo.
Stesso indirizzo, stesso orizzonte, un corpo nuovo.
Quinta prova
Si può demolire solo se il nuovo durerà molto più a lungo di quanto sarebbe durato il vecchio.
La risposta: lo terrà la figlia
Abbiamo chiuso tornando alla domanda iniziale, con due capannoni costruiti negli stessi anni, dalle stesse imprese, con gli stessi criteri. Uno è vuoto lungo la strada. L’altro è Casa Hangar. La differenza non è il calcestruzzo: il secondo era di un falegname, e sua figlia ha deciso di andarci a vivere. Non ha continuato il mestiere, ha cambiato completamente l’uso. Continuità senza ripetizione.
Due edifici quasi identici. Uno solo ha qualcuno che lo tiene.
Nelle Città invisibili Calvino racconta di Ersilia, dove gli abitanti tendono fili tra le case per segnare i loro rapporti e, quando i fili diventano troppi, smontano le case e se ne vanno: restano solo i fili. È quello che proviamo a fare. Non costruiamo edifici, costruiamo i fili; le case sono il modo in cui diventano visibili.
Per questo facciamo anche ricerca e divulgazione, con architrip, i Martedì dell’Architettura e i volumi sugli edifici moderni della Carnia: un edificio dura solo se c’è qualcuno capace di riconoscerlo come qualcosa che vale la pena tenere. Ed è quello che InfoProgetto e Finstral hanno fatto quella sera, portando persone in una sala a parlare per un’ora di una cosa che non si vende.
Abbiamo scelto una strada corta perché ci interessa poter tornare. Creiamo spazi che espandono la vita delle persone, e restiamo abbastanza vicini da seguirli nel tempo.
Grazie a InfoProgetto, Finstral e Zaia Serramenti per l’invito e l’ospitalità.